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Progetto Teatro Sociale per le nuove generazioni (associato allo spettacolo)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

 

VIDEO, PRESS, SCHEDA TECNICA
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REVòLVERE teatro poesia
visioni per ritornare
Una sinfonia di parole, suoni ed immagini

DI e CON: Allegra Spernanzoni
REGIA: Rolando Tarquini
PRODOTTO DA: Manicomics Teatro
DURATA: 60 min. circa

La visionarietà dei poeti diviene rivoluzione solo quando la storia “…canta forte nel petto…” - Revòlvere è “rivoluzione” che vuole tornare al proprio punto di partenza per non lasciarsi dimenticare. Per chi è in grado di voltarsi indietro e di riconoscersi “…nel sorriso dei padri…”, perché il futuro dei figli sia “un’utopia realizzabile”.

Lo spettacolo propone un percorso di suoni, immagini, parole, musica, attraversando le suggestioni della grande letteratura, da Joyce Lussu a Pablo Neruda e Alda Merini, da Pasolini a Giorgio Caproni, i cui versi danno voce al desiderio della protagonista di appartenere ad una storia che prosegue da secoli e che ci riguarda, ma rischia, oggi, di rendersi sempre meno intelligibile, soprattutto alle nuove generazioni che di questa storia ben poco sanno, a cui molti di noi non hanno saputo raccontare, “…perché nulla sapevamo…” grida la protagonista.

“…Io sono Bianca…” annuncia l’attrice in scena, personaggio/persona disperso nei meandri della propria psiche, guardando alle cose del mondo come da uno schermo, affacciata e distante dalla realtà, come da se stessa. Bianca ha deciso di scrivere a chiare note la propria presenza nel mondo attraverso un progetto incendiario, che faccia saltare in aria la scatola nera che ci racchiude tanto amorosamente e al contempo ci comprime. Bianca vuole costruire un ordigno che urli forte alle nuove generazioni che è tempo di agire, perché la storia è di ognuno, presente e futura, in attesa di essere ricordata e, quindi, ricreata: poiché è vera rivoluzione solo se si ha il coraggio di ripartire dalle fondamenta della memoria collettiva.

Il personaggio è in dialogo con l’altra parte di sé, quella che si vuole lasciare andare, riflessa su di un grande schermo: il linguaggio cinematografico propone una rappresentazione surreale della realtà interiore di una donna in lotta con gli schemi soffocanti della “società dei consumi”, con i preconcetti, l’accidia, la banalità dei messaggi che propiniamo a noi stessi e ai nostri figli ogni giorno.
Lei, esclusa dal circo del mondo “normale”, poiché malata psichiatrica rinchiusa in una casa di cura, attende gli ospiti per la propria “ultima cena”: la tavola è imbandita e, assieme al pane, al vino e ai pomodori da ancora affettare, sta preparando un ordigno, per farsi saltare in aria e, così, distruggere “il cubicolo anfratto in cui ci siamo relegati”; ma ha bisogno di testimoni, come ogni rito sacrificale.
Tuttavia, quando il pubblico si materializza di fronte a lei, avviene il miracolo: la rabbia lascia il posto alla voglia di comunicare, l’angoscia si trasforma in bisogno di ricordare quali siano gli ingredienti per la ricetta “incendiaria” che restituisca la forza di battere insieme il terreno per una strada che ancora non c’è, ma che è “utopia realizzabile”, come scrisse Joyce Lussu.
Un gesto conviviale, fatto di pane e di vino, riapre la possibilità per un cammino collettivo, fatto di memoria e di un presente da costruire assieme.

Tutto è iniziato tanto tempo fa, quando le pagine poetiche che amavo scrivere si sono aperte ad un poemetto, dal titolo “Messaggi”: lì è iniziata la storia di Bianca, un’abitante di letti d’ospedale, forse i tanti che ho conosciuto da bambina, a causa di una grave asma bronchiale, che mi portava ad attraversare, camminando, interminabili corridoi, durante la notte. Bianca, nel tempo, ha fatto riemergere i suoni delle corsie addormentate nelle sonorità del verso sciolto della mia penna di scrittrice di poesie e di teatro, ma non solo: poiché, se non c’è storia senza memoria, così non c’è verso che tenga, senza Maestre e Maestri con cui dialogare. Joyce Lussu l’ho incontrata quando avevo poco più di 20 anni, nella sua casa di Porto San Giorgio. Era quasi sera. Pier Paolo Pasolini mi ha accompagnato negli innumerevoli anni della mia tesi, studiando pagine e pagine della sua opera, di notte, mentre i miei figli dormivano. Alda Merini l’ho riscoperta grazie al teatro e alla magnifica interpretazione di Licia Maglietta. Giorgio Caproni si siede accanto a me più di quanto non possa fare io stessa, nei momenti di solitudine e Pablo Neruda è il primo poeta che ebbi coscienza di leggere, a sette anni, un libro bianco nella libreria di mio padre. Loro sono la mia ricetta per sopravvivere, la sera, quando tutto potrebbe scomparire, quando le tende volano in aria con una tale leggerezza e poche cose ti tengono ancorata al terreno. La poesia, appunto, è una di queste. (Allegra Spernanzoni)

Contatti: Allegra Spernanzoni 333 1741885 oppure Rolando Tarquini 333 9343615

email: aspernanzoni@manicomics.com